Volo

Volo di Beppe Guzzeloni

“Volo” ! E’ l’ultima parola che ho sentito pronunciare dal Lele, mentre, perso l’appiglio su una variante carogna,ha iniziato a vivere gli ultimi istanti della sua vita.

“Volo”! Parola pronunciata senza angoscia, senza terrore, ma solo per avvisarmi perché lo tenessi.

“Volo”: pochi istanti, un forte strappo sul mio imbrago, le corde che scorrono nelle mie mani, io che tengo. Silenzio. “Lele,Lele” urlo forte con la speranza di sentire qualcosa. La stessa cosa fa mio fratello Virginio. Entrambi legati alle sue corde. Silenzio. Non sentirò mai più la sua voce. Chiamiamo subito il Soccorso Alpino che in poco tempo ci raggiunge.

Lele è appeso al mio imbrago, al mio corpo. Resisto. Riesco a rinforzare la sosta con tre chiodi. Non posso muovermi.

Ho appeso al mio corpo, al mio cuore, ai miei sentimenti ,alla mia anima, al mio dolore, 65 anni di storia di Gabriele. Gran parte di essa non l’ho conosciuta, ma questi ultimi 4/5 anni di frequentazione assidua, soprattutto in montagna, mi hanno dato la possibilità di conoscere il valore della persona, la sua sensibilità intellettuale, la preparazione culturale, la passione umana per le persone, il valore alpinistico maturato, credo, in più di 40 anni di frequentazione delle montagne: pareti, creste, canaloni, speroni, pilastri…

Lele è appeso al mio imbrago. Il peso del suo corpo si somma al mio dolore, al dolore  potente di Liliana, di Samuele e di Nausica; al dolore dei suoi amici più cari, più stretti: il Baffo, il Babbo, Marcello; gli istruttori di Alpiteam, di cui Gabriele è stato l’ispiratore e fondatore con Giuliano, Felice, Elia, Franco,Kocis. Sento il dolore di tutti gli amici che non conosco. Inoltre sento diffuso un senso di responsabilità. Destino? Fatalità? Errore?

Lele amava le montagne, le grandi montagne e le grandi salite. Dalle alpi occidentali alle dolomiti, passando da quelle Centrali. Le spedizioni in Perù alla traversata delle Alpi, l’anno in cui è andato in pensione.

Arriva il Soccorso Alpino, constata ciò che già sapevo. Taglia la corda che ci teneva ancora uniti. Taglia quel cordone ombelicale attraverso il quale Gabriele mi ha arricchito di valori, gran parte dei quali vissuti con lui e riscoperti attraverso di lui: l’alpinismo e l’amore per le persone.

Dopo il taglio della corda mi sono sentito alleggerito, ma non liberato. Non voglio liberarmi dell’amicizia di Gabriele. Io e, credo anche tutti voi, mi sento ancora legato alla sua corda. Voglio restare legato alla sua corda, per il resto dei miei anni. Frequenterò ancora le montagne nei modi che riterrò opportuni e sicuri, nel rispetto dei sentimenti di mia moglie, dei miei fratelli e degli amici. Continuerò a fare l’istruttore d’alpinismo in base alle mie capacità, ma arricchite da questa esperienza: essere legato alla corda del Lele.

“Volo” è l’ultima parola che mi ha detto. “Volo” per il cielo. E ti, Guzz, fa minga el pirla, che mi guardi giò.

Ciao Lele.

Approfondisci

Chiusura corso 2018

Il corso 2018 si è chiuso con tre giorni dal 27 al 29 luglio, tra cultura walser (Gressoney la Trinitè) e salita al Breithorn occidentale (4165mt).

La prima giornata è stata dedicata alla cultura walser visitando una casa rurale (museo walser di Gressoney la Trinitè), la seconda giornata è stata dedicata all’arrampicata, escursionismo (raggiungendo il rifugio Oriondè) e alla ferrata Valturnanche, e alle tecniche di salita su ghiaccio. L’ultima giornata è stata tutta per il Breithorn che rappresenta la prima salita di un 4000 per gli allievi, momento da sempre particolarmente ricco di emozioni.

Prima dei saluti c’è stato un momento di riflessione sul corso e un arrivederci ad ottobre, per la festa finale e consegna degli attestati.

foto di Alvaro: primo giorno – secondo giorno – terzo giorno

Approfondisci

Tre giorni nel gruppo del Catinaccio al cospetto delle Torri del Vajolet

Graziati anche dal meteo (solo di notte ha piovuto) il Corso con Arca di Como 2018 ha fatto tappa nelle Dolomiti del Gruppo Catinaccio, dal 13 al 15 Luglio pernottando presso il Rifugio Re Alberto (2621 mt)nel Parco Naturale dello Sciliar-Catinaccio (UNESCO), il tutto rispettando anche il tema del Corso 2018: “le minoranze etiniche delle Alpi”.

“Catinaccio” nasce dalla parola ladina “Ciadinàc”, che significa conca di montagna, detriti. Ancora oggi i Ladini, soprattutto della Val di Fassa, chiamano “la loro montagna” così.

La sua storia alpinistica e quella dei suoi rifugi, risale agli albori di questa nuova maniera di vivere la montagna e precisamente nel 1874, con la prima ascensione alla vetta prestigiosa compiuta dagli inglesi salendo dalla Val di Fassa; nel 1878 il sudtirolese Johann Santner scoprì l’acceso al “Gartl” lungo la gola ora percorsa dalla ferrata che ha preso il suo nome.
Nel 1910 si cominciò ad attrezzare con pioli di ferro e funi metalliche la gola del passo Santner per facilitare l’accesso alla conca del Vajolet, ove il fassano Marino Pederiva eresse nel 1929 una capanna in legno. La celebre guida alpina di Pera di Fassa, Tita Piaz, acquistò poi quel primo ricovero, e nel 1933 costruì la Gartlhütte o rifugio re Alberto 1° in omaggio al celebre re belga che compiva le sue scalate dolomitiche al fianco del “diavolo delle Dolomiti”.

Foto di Alvaro: primo giorno

Foto di Alvaro: secondo giorno

Foto di Alvaro: terzo giorno

 

Approfondisci

Due giorni al Rifugio Vittorio Sella con Passaggio Chiave

Il 4 e 5 luglio la rete Passaggio Chiave, affiancata dai nostri accompagnatori, ha trascorso momenti di gioia nella bellezza naturale del Parco del Gran Paradiso. Il primo giorno il gruppo ha raggiunto il magnifico Rifugio Vittorio Sella nell’Alpe Louson (2588mt), mentre il secondo giorno una parte del gruppo ha raggiunto il Colle della Rossa (3195 mt), il valico è un importante punto di passaggio tra il vallone che ospita il rifugio Vittorio Sella e quello di Vermiana.

Foto di Alvaro: Rif. Sella

Approfondisci

Verso un nuovo mattino. Enrico Camanni

Brani tratti dall’ultimo libro di Enrico Camanni “Verso un nuovo mattino. La montagna e il tramonto dell’utopia”

“… ho conosciuto molti ragazzi e molti uomini che avevano trovato nell’alpinismo il compenso al loro fallimento nella vita di ogni giorno. Uomini che avevano dato e che danno caparbiamente tutto se stessi alla montagna, con l’illusione di trovare un’affermazione che li ripaghi da tutte le frustrazioni. Alcuni si illudono di essere qualcuno, credono di essere importanti, solo perché nell’alpinismo hanno raggiunto il vertice. Ma se tu li trasporti in un altro ambiente, se li inserisci in un differente contesto sociale, allora li vedi incapaci di sostenere un dialogo qualsiasi …” (I falliti, di Gian Piero Motti)

Lo scalatore che impara a vivere come gli altri è un rivoluzionario, pensa Motti. non esiste alcuna superiorità in chi pratica l’alpinismo. La persona non si misura dalla temerarietà o dall’abilità di fuga, ma dalla sensibilità umana. Scappare in montagna è inutile perché la quotidianità prima o poi ti riprende e ti presenta il conto.

La cima delle montagne non sarebbe un male, di per sé, se gli alpinisti non fossero costretti a raggiungerla. Quante volte si sente dire che quel tale ha fallito perché non è arrivato in vetta! Quanti scalatori rischiano la pelle per salire in cima con il mal tempo, con il mal di pancia, con la voglia di tornare indietro! Non ci sarebbe niente di sbagliato a desiderare la cima se si fosse libero di non farlo. Sarebbe bello andarci un pò per caso, in un tiepido pomeriggio d’estate, quando il cielo si spalanca e le gambe dicono “proseguiamo”, e sarebbe ancora più bello non andarci se si è stanchi di salire, sazi di arrampicare, se il gioco è durato abbastanza. Perché giocando ci si diverte, diversamente si soffre.

(Enrico Camanni)

 

Approfondisci

Solstizio delle Alpi: l’intervento di alpiteam

Il 23 giugno Beppe Guzzelloni (Direttore corsi alpiteam) e Pier Pierlasca (educatore Comunità Arca di Como) sono intervenuti alla serata prevista dall’evento Solstizio delle Alpi. Ecco l’intervento di Beppe

“Alpiteam nasce per tentare una nuova strada, per aprire una nuova via: proporre una nuova visone dell’insegnamento, della didattica all’interno delle Scuole del CAI. Una didattica che non fosse solo trasmissione di informazioni e di competenze tecniche (seppur neccessarie e importanti), ma quella di cercare di costruire una relazione con l’allievo che lo accompagnasse nella scoperta di storie ed esistenze umane, di contesti, culture e paesaggi dell’ambiente alpino. Nel corso degli anni, ben 32,  la nostra esperienza con i ragazzi della Ct Arca di Como ci ha arricchiti e resi più consapevoli, insegnandoci ( nel senso di aver lasciato in noi un segno)  che la trasmissione di nozioni, informazioni e passioni è sterile se non costruita sulla relazione. Il vero cuore di un corso di alpinismo è fatto di ore di lezione che devono essere avventure ( salite…) incontri, esperienze intellettuali ed emotive profonde. Per rinnovare le scuole di alpinismo, bisogna reinventare il discorso educativo, una nuova pedagogia della montagna. Questa reinvenzione, fatta di cultura e tecnica, esperienze e riflessioni, potrebbe ostacolare la via a quel godimento mortale che sospinge parte dei nostri giovani verso la dissipazione della vita, perdendosi nella tossicomania, nell’alcolismo, nella depressione e nella violenza. Nessuna formazione può però avvenire cancellando il passato: occorre attraversarlo. il processo di soggettivazione, es è la nostra esperienza, richiede sempre una ripresa in avanti di ciò che si è stati. Alpiteam è nata come proposta ribelle all’interno del CAI; ma non rinnega la propria storia e la propria appartenenza al sodalizio…anzi!! Il nostro sforzo, poetico ed erotico, lavora su quelle tradizioni del CAI ormai superate e sepolte.”

Foto di Alvaro: Solstizio delle Alpi

Approfondisci