In ricordo di un amico

Il 29 maggio 1990, all’età di cinquant’anni, lasciava un segno profondo nella vita dei suoi familiari e dei suoi amici, Felice Damaggio, l’avvocato Damaggio.

Una morte prematura che ha strappato alla neonata Alpiteam, Scuola di alpinismo Lombarda del Club Alpino Italiano, nata ufficialmente nel 1986, l’intelligenza, la sensibilità e la passione per le montagne di una personalità di vasta cultura che, con altri amici, aveva partorito, anni prima, l’idea di concepire le scuole del CAI come rinnovato strumento tecnico-culturale aperto al territorio e alla società, rifuggendo qualsiasi forma di campanilismo sezionale e particolarismo referenziale.

Nato nel 1940, socio del CAI dal 1962, aveva via via prestato la propria disponibilità per numerosi incarichi sociali: un mandato in qualità di Presidente della sezione del CAI di Seregno e della sua scuola di alpinismo “Renzo Cabiati”; componente, come si chiamavano allora, del Comitato di Coordinamento delle Sezioni Lombarde; membro della Commissione Legale Centrale e convinto propugnatore e poi cofondatore e primo presidente di Alpiteam.

L’Avvocato Damaggio, così chiamato dagli amici, raccoglieva in sé l’entusiasmo propositivo, l’attaccamento al sodalizio e la capacità di lucida e costruttiva analisi, a volte dirompente, delle problematiche che incombevano nelle scuole del CAI di quegli anni.

Suo il contributo, fatto proprio dal Consiglio Centrale del CAI nel 1987, di unificare le commissioni scuole di alpinismo e scialpinismo e di focalizzare più adeguati ruoli di scuole, corsi e istruttori, delineando nuovi assetti organizzativi.

Felice, inoltre, possedeva una rara onestà mentale, a cui non rinunciava, di essere impopolare o contro corrente, per essere coerente e convinto assertore di disinteressati principi e obiettivi pensati con una visione e uno sguardo lungimiranti.

Alpiteam nasce dal cuore dell’avvocato Damaggio nonostante la sua malattia che non ha tolto fiato alla sua determinazione dimostrata nel superare le obiettive difficoltà che aveva incontrato all’interno del CAI e le incomprensioni che poi sono state sciolte con il riconoscimento ufficiale di Alpiteam.

Alpiteam è stato il suo sogno, il suo “salto in avanti”, la sua proposta che, affiancato da altri amici e istruttori, si concretizzata nel 1986 come Scuola di Alpinismo del Club Alpino Italiano.

Quel salto in avanti, quella forza dirompente che nutriva il suo docile e amabile carattere, lo portò, in sintonia con tutti gli istruttori di Alpiteam, alle prime esperienze di montagnaterapia con la Comunità Terapeutica Arca di Como. Tuttora quel progetto porta in sé il suo nome e di tutti coloro che vi hanno creduto. Passaggio Chiave ne è la sua eredità.

La storia di Felice Damaggio è la storia di un nuotatore controcorrente che prendeva forza dalla sua voglia di futuro. Certo aveva le sue inquietudini, le sue malinconie, ma non ha mai dismesso la sua responsabilità di essere socio del sodalizio, che non ha ceduto davanti alle difficoltà di “trovare la sua via” all’interno di una parete vasta come quella del Club Alpino Italiano.

L’avvocato Damaggio era legato ad una cordata molto affiatata e con la quale ha potuto osare forzare quella parete e intuire quel percorso il cui nome è Alpiteam.

A trent’anni dalla morte di Felice, tutti gli istruttori di Alpiteam, vecchi e nuovi, lo ricordano con affetto, riconoscenza e stima con la consapevolezza che le scuole di alpinismo del Club Alpino Italiano portano in sé la sua eredità e cioè che svolgono un’attività di rilevanza sociale, di indirizzo, di ricerca e proposta didattica, culturale ed educativa che abbia a cuore la frequentazione della montagna, la sua tutela e salvaguardia.

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Viaggio verticale

Un altro prezioso contributo di Beppe Guzzeloni

Esistono molti modi per fuggire dal mondo pur restando nel mondo, pur essendo del mondo. Alzare il corpo da terra è un modo per fuggire dal nostro mondo. Arrampicare è uno dei suoi verbi. Il suo linguaggio. Arrampicare significa voler intraprendere un viaggio e per questo serve un motivo.

Molto del destino di ciascuno dipende da una domanda, una richiesta che un giorno qualcuno, una persona cara o uno sconosciuto, rivolge, mette in moto il desiderio: d’improvviso uno riconosce di aspettare da tempo quell’interrogazione, forse anche banale ma che in lui risuona come un annuncio, e sa che proverà a rispondere ad essa per tutta la vita.

Arrampicare è come avvolgersi in una preghiera, senza chiedere, ma solo per allontanarsi dal centro dell’esistenza, dalla quotidianità. Arrampicare è come entrare in una chiesa per tacere, per un angolo di silenzio, per svuotarsi la mente. E’ uno svuotarsi di ruoli, compiti, doveri, apparenze.  E’ come lo sciogliersi lento dei nodi dentro la bocca di un balbuziente che si ritrova svincolato da impedimenti, dopo una lotta per arrivare ai propri sogni; è scoprire l’emozione della bellezza come un estraneo che vive il senso dell’accoglienza.

Arrampicare è il movimento del cuore verso lo sguardo benevolo del cielo che ti protegge, l’intorno che ti avvolge, la verticale che ti seduce, qualche appiglio che si dona alle dita, un appoggio per i piedi cercato con dovizia e la spinta delle gambe per innalzarci accarezzando le vertigini del vuoto, fuori e dentro di noi. Non serve altro. E’ la spinta dell’umano verso l’Alto.

Arrampicare implica una relazione con un qualcosa che non posseggo, che non comprendo, un qualcosa altro da me che provoca in me l’io che sono senza volerlo, che a volte respingo e non conosco. Ma che m’inchioda a quel me stesso da cui vorrei fuggire.

Perché di viaggio si tratta. La scalata ha la ritualità del viaggio: l’idea di un desiderio, progetto, preparazione, materiale nello zaino, la scelta condivisa di un compagno, saluti, partenza, azione, nostalgia e ritorno.

Arrampicare è la nascita di un gesto, di un qualcosa di proprio, sequenze di scelte che abbandoniamo e ritroviamo. Un intreccio di sentimenti ed emozioni che rompono l’idea di sé come una identità definita.

 Arrampicare è ritornare a muoversi a quattro zampe, è il selvaggio che portiamo in noi, è parlare con il proprio corpo, spesso a noi sconosciuto. E’ pelle nuda che si confonde con la naturalità della roccia. E’ usare ogni muscolo, concentrazione emotive e cognitiva di scoperta del proprio equilibrio. E’ gioia che danza. Cuore in gola. Ansia che blocca. Rinuncia che supera se stessa; dialogo con la vertigine, confronto con il vuoto, accoglimento della paura di cadere come fantasia di spiccare il volo, apertura alla libertà.

Arrampicare è la roccia che si apre a noi, che si manifesta in tutti i suoi segreti. Basta guardarla con attenzione. La roccia si fa accarezzare, lo permette, crede in noi. La parete ci accoglie e la roccia è la sua parola. Bisogna porsi in ascolto. Sentirsi parte è l’arrampicata che si fa linguaggio.

Arrampicare è muoversi in libertà all’interno di un viaggio in cui le mani hanno trovato la via e i piedi la seguono. In cui corpo, cuore e anima condividono l’itinerario animati dalla tensione, dall’utopia, dalla speranza che ciò che ci spinge a scalare, le motivazioni profonde che ci sospingono verso l’alto, diventino realtà. Ogni volta che si sceglie di arrampicare si azzarda una nuova nascita delle proprie motivazioni, una nuova esplorazione di esse e di ciò che non conosciamo, che non sappiamo di essere né di avere.

Arrampicare è muoversi nella storia di persone che prima di noi hanno messo mani sugli appigli che noi oggi sfioriamo. Arrampicare è memoria storica…a volte nostalgia. E’ la verità eretica che si manifesta a noi come contraddizione: arrampichiamo con l’illusione “grandiosa” dell’apparenza quando, invece, ci riveliamo per quello che siamo: essere mancanti e insufficienti.

Arrampicare è lo sguardo dell’altro, è la ricerca del suo volto; fiducia che si fa carne, gratitudine che si fa sorriso, condivisione che si fa abbraccio, stretta di mano da cui sgorga l’amicizia. A volte, invece, nasconde invidia. Arrampicare è perdersi e ritrovarsi. Utopia della scoperta ma anche nostalgia del ritorno.

Il viaggio, come il sogno, può diventare esperienza introspettiva, esplorazione di sé, dei propri abissi. Contemplazione e azione, contrapposizione tra orizzontale e verticale, il domestico e il selvatico, tempo e spazio. Il vuoto non è la nostra casa, viviamo l’ospitalità del passaggio, attori in scena che recitano qualcosa di sé. E alla fine del viaggio non si è più come prima. L’orizzonte si è capovolto. Un altro equilibrio è stato reinventato. Un’altra storia può essere raccontata.

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E’ possibile cambiare? 2

di Beppe Guzzeloni

E’ spaventoso, ma al contempo affascinante, questo nostro mondo senza di noi. Gli animali si riappropriano dei loro spazi, le acque dei fiumi sono più pulite, lo smog sparisce dai cieli delle grandi città, le montagne abbracciano orizzonti lontani, il silenzio ode la propria voce e la natura respira grazie al ritorno della solitudine. E noi, seppur impauriti, cogliamo che c’è qualcosa di bello in tutto ciò. E vorremmo che continuasse. Dall’angoscia del rischio del contagio e dal timore di perdere la nostra libertà individuale e collettiva, è subentrata l’angoscia di perdere il mondo con le nostre abitudini e la possibilità di vivere insieme come prima. E quindi lo spaesamento dovuto alla difficoltà di rappresentarci come saremo e come vivremo.

Come scrive Padre Luciano Manicardi Priore della Comunità di Bose nel suo libro “Fragilità”, anche il crollo di un impero, come la fine di una relazione coniugale o il fallimento di una grande azienda possono apparire improvvisi, ma in verità sono preparati da una storia, più o meno lunga. Dove c’è imperfezione, c’è qualcosa che accade, un evento, un processo, un mutamento, una relazione. Anche quanto stiamo vivendo in questi mesi di emergenza epidemica che stravolge le nostre storie mettendo a dura prova la nostra economia, le nostre relazioni sociali, il nostro stile di vita, fors’anche il nostro stesso senso del vivere, è uno svelarsi di verità altrimenti nascoste, il “totalmente altro “. Il Covid 19 è figlio delle nostre aggressioni all’ambiente, della riduzione degli spazi biologici che inducono ogni forma vivente a sopravvivere dove e come può. L’uomo ha devastato il Giardino Terrestre mettendo le premesse per l’incontro con il perturbante: ciò che sembrava conosciuto e familiare si snatura, e ciò che conoscevamo, ciò a cui eravamo abituati, si svela in una nuova prospettiva. Che ci obbliga a fermarci, a riflettere, a ripensare su come ripartire. Il perturbante offre l’opportunità di cogliere una visione eterotopica (M. Foucault) del nostro mondo. Ciò che è stato, in gran parte non dovrà più essere.  L’esperienza della pandemia ci dice già che non torneremo alle condizioni di prima, non sarà un riprendere lo stile di vita precedente, ma sarà l’avvio di una sofferta trasformazione individuale e collettiva, personale e globale. Il Covid 19 è l’occasione di prendere coscienza di essere stati catapultati in uno spazio “altro”, in un “non luogo” diversi da quelli da noi conosciuti. La tragicità dell’emergenza endemica che ci attraversa diventi fonte di energie e visioni nuove. Sia un attraversamento del deserto, sia spoliazione di egoismi e individualismi, dove la libertà diventi costruzione di una convivenza solidale tra uomo e natura.

Mi manca moltissimo la montagna e la sua frequentazione, soprattutto attraverso l’alpinismo. Ho nostalgia della quota, dell’ambiente glaciale, dei pilastri di granito e degli spigoli dolomitici; così come sento il profondo bisogno di spazi aperti, di camminare su sentieri e cavalcare creste. Vorrei tanto che l’ambiente alpino rinasca con altre logiche economiche e culturali perché diventi realmente strumento per una vita migliore i cui valori si basino sulla coscienza civile, solidarietà, senso del bello, e che questi valori vadano trasmessi e conservati per le generazioni future. Credo che tutte queste cose siano racchiuse nel cuore della montagna e delle sue genti, che tutti quelli che la frequentano dovrebbero avvicinarsi ad essa con la voglia di rispettarla e che non si comportino da conquistatori e predatori, sconvolgendo habitat, tradizioni e storie di vita alpina.

Comprensibilmente l’attenzione, oggi, degli amanti della montagna, di noi istruttori, si concentra sul come e quando riprendere a effettuare salite, calpestare sentieri, legarsi in cordata, arrampicare e sentire “il proprio respiro” libero da costrizioni. Emerge il problema della frequentazione dei rifugi, del trasporto, del distanziamento sociale che tale emergenza ci ha imposto, dell’uso o meno delle mascherine, del programmare gite in piccoli gruppi, di come affrontare una sosta o effettuare una corda doppia cercando di rispettare le indicazioni per evitare possibili contagi.  Usare o meno del disinfettante dopo ogni manovra; fare attenzione a dove metto le mani; a sanificare attrezzatura e materiali vari dopo l’utilizzo…. Certo, questo è un vero problema che si deve affrontare e a cui cercare di dare risposte. E ciò influenzerà in modo considerevole il nostro modo di andare in montagna e il nostro modo di essere istruttori. Tutto questo concerne un cambiamento di mentalità, aumentando e affinando la nostra preparazione sia tecnica che culturale, consolidando il nostro senso di responsabilità. Ma il salto di qualità consiste nell’essere consapevoli che le Scuole di Alpinismo svolgono un’attività di rilevanza sociale, di indirizzo, di ricerca e di proposta culturale che abbia a cuore la frequentazione della montagna. Le Scuole di Alpinismo assumono su di sé una valenza educativa. Educare nel tempo delle problematicità non significa aumentare il senso di sicurezza, bensì far emergere a livello cosciente le resistenze che si oppongono al cambiare direzione nei confronti della montagna e di come viverla alla luce della sostenibilità e della sua salvaguardia; a decidere se veramente si vuole affrontare il difficile compito di incamminarci su sentieri nuovi che l’esperienza dell’emergenza sanitaria ci sta obbligando a percorrere.

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E’ possibile cambiare?

di Beppe Guzzeloni

Mentre scrivo, in una Pasquetta tiepida, di quest’anno bisestile, gli alberi si gonfiano, scoppiano le gemme; le prime foglie mostrano il loro verde tenero sui rami rugosi, i clivi si coprono di primule: grandi macchie colorate che chiazzano l’erba sotto le siepi, ai piedi degli alberi, negli avvallamenti del terreno. E le finestre restano aperte per assorbire il calore del sole e udire le rondini garrire; nelle corti il bucato sospeso alla fune dondola, gonfiandosi come una vela alla brezza di primavera. E fuori, per le strade, non sento voci e rumore d’auto; solo, in lontananza la sirena di un’autoambulanza e le ore ricordate dal campanile. L’aria è più pulita e il silenzio si fa più presente. Non ero abituato al silenzio cittadino, pensavo non esistesse.  Invece, l’arrivo di un virus invisibile ma tangibile, ha sconvolto la nostra esistenza. Uno tsunami improvviso, una valanga imprevedibile di enormi dimensioni ha ribaltato la nostra società con una crescita esponenziale di contagi, vittime, fratture familiari e relazionali. Un’impalcatura economica, sanitaria e sociale messa a dura prova. Storie personali e psicologie individuali rivoltate come un calzino. Uno stile di vita crollato come un castello di carta. Il contagio è diventato la misura di come la nostra società sia globalizzata, interconnessa, intricata. Il Covid 19 ha svelato ciò che sapevamo, ma non immaginavamo con quale potenza e velocità avrebbe avuto inizio la destrutturazione della nostra complessità, del mondo che abitiamo e delle sue logiche economiche, politiche e sociali. Una sorta di tabula rasa, di azzeramento, di smarrimento. Nei mesi precedenti avevo effettuato delle belle salite sulle montagne lombarde e svizzere, canali e creste innevate, in ottime condizioni. Avevo anche ripreso ad arrampicare su qualche falesia. Avevo progetti di salite, c’era da organizzare i corsi di alpinismo, incontri sociali al CAI, riunioni istruttori. Il mio lavoro di operatore sociale che mi impegna tutti i giorni della settimana. Insomma, la mia solita vita fatta di interessi, impegni, contatti. Sì, una vita piena che, in breve tempo, si è trovata catapultata all’interno di uno spazio vuoto a causa delle misure di contenimento e di distanziamento sociale.  Esperienza condivisa da molti.  Da una presenza e da una pienezza consolidate negli anni da abitudini, progetti, relazioni, fors’anche sogni, mi sono trovato in un salto nel buio che si rovescia nell’esperienza del vuoto, della mancanza, dell’imprevedibilità, nell’insicurezza e nella paura. In un girovagare, materiale e spirituale, in uno spazio tanto fisico quanto interiore in cui l’incontro con l’altro è ridotto al minimo. Ho cercato, così  di riempire la mia giornata “facendo”, di inventarmi cose da fare, leggere, sentire musica, videotelefonate, chiacchiere per ore, ginnastica casalinga. Tutto ciò per fuggire dal vuoto, invece che viverlo, di attraversarlo e di saper aspettare. Le montagne sanno aspettare, io sto imparando il coraggio di rinunciare ad un qualcosa cui tengo molto.  Ma l’attesa che vivo in questo periodo è diversa da quella precedente. Prima sapevo aspettare ciò che avevo progettato. Un’attesa di un qualcosa di certo e definito. Ora è diverso. Sto sperimentando un’attesa desiderante un qualcosa da costruire, da rivedere, riformulare, riprogettare. Ho iniziato a scoprire l’essenziale, a viverlo di persona, con tutta la fatica e le difficoltà che ciò comporta. E soprattutto a toccare con mano la solitudine, a fare i conti con l’ansia, a temere il sospetto e il mio stesso respiro: potrei essere contagioso. Una solitudine che mi interpella, che mi pone domande, che non esige risposte immediate. Mi sono accorto di essere entrato in un deserto e devo attraversarlo. Da solo, ma con il mondo intero. “Da soli non se ne esce”. Nel contagio epidemico se ne esce solo con un nuovo senso di “essere comunità”, nel nostro quartiere, paese, città, con uno sguardo rivolto al mondo: l’epidemia cambia se cambiamo noi, cambiando il nostro modo di essere nel mondo. Dobbiamo inventare un rinnovato e diverso “essere insieme”. Il noi deve prevalere sull’io. La stessa libertà individuale sarà tale solo se sarà solidale. Questo mondo ancora meraviglioso noi stiamo facendo del tutto per degradarlo e per perderlo. Il cambiamento climatico che aggredisce l’ambiente provocando deforestazioni, desertificazioni, il ritiro dei ghiacciai, l’estinzione accelerata di specie di animali, gli allevamenti intensivi che creano colture involontarie. Se poi aggiungiamo l’urbanizzazione di grandi territori, le megalopoli con milioni di abitanti, il quadro è completo. Ciò che stiamo vivendo in questo periodo è solo il sintomo di un disagio più profondo. ”Se il contagio è un sintomo, l’infezione è nell’ecologia”(Paolo Giordano).

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Ciao Gabriele

Il nostro amico Gabriele Bianchi, il nostro past president , il nostro sostenitore, la nostra costola, il nostro cuore, ci ha lasciato oggi pomeriggio, a 70 anni, legati stretti per non lasciarseli scappare. Imbragato alla vita. Se ne è andato senza più fiato, tradito da una malattia impietosa, giunta sul suo corpo come un colpo di vento improvviso, mentre con piede fermo saliva la cresta verso la cima del suo destino.
Se ne è andato lottando, non “sazio di anni” come dice la Bibbia, con accanto sua moglie Ileana e gli amici più fedeli. Non “sazio di anni” Gabriele lascia dietro di sé pezzi caldi di vita non vissuta, rimpianti, nostalgie. La morte è sempre spreco.
Di lui mi ricordo la disponibilità, la sua fedeltà, il suo costantemente “esserci” anche nell’assenza.
50 anni di vita piena di Gabriele sono gli anni con cui il Club Alpino Italiano si è nutrito del suo fiato, della sua esistenza, della sua visione.
In questa assemblea dolorante di amici, di solitudini, di volti, di esistenze, di lacrime sommesse e di tristezza, il suo nome diviene momento unificante e il ricordo di lui si trasfigura e diventa di nuovo incontro. Un incontro, una memoria, forse una nostalgia, di certo un vento che asciuga la fronte, una mano che senti posata sulla spalla, un sospiro di sollievo, un sorriso dimenticato.
Nulla di quanto noi fortemente sognassimo, nulla di quanto noi testardamente sperassimo. E piangiamo straziati, mutilati, tentando, su tibie traballanti, di fuggire da questo nostro dolore. Invano e non ora.
Per i suoi cari, per i soci del CAI, per noi di Alpiteam, nomi incarnati, significato della sua esistenza, vino della sua vigna, grano del suo campo, manufatto del suo desiderio, non ha chiesto la grazia della rassegnazione, ma la cocciutaggine di vivere e di difendere la vita e la montagna.
L’amico Gabriele è morto oggi pomeriggio. Piangiamo, ma il nostro cuore sia in pace, perché oggi ci ha dato la vita, il senso inafferrabile della vita e il non temere l’univocità della morte come uno spegnersi di stelle. Ci aspetta un arduo cammino; i nostri passi ora sono titubanti, come di orfani, come marinai nella nebbia, come alpinisti in cerca dell’appiglio. Sentiamo il peso dell’eredità, una eredità non di sangue, non un consolidamento di una entità solida: ciò che ereditiamo è una testimonianza. Proprio ora che ne sentiamo la mancanza.
E là, dove lo sguardo intuisce una luce e l’orecchio ode una voce, sorgono le improvvise folate della vita che Gabriele avrebbe voluto ancora vivere spendendosi per i suoi cari e per il nostro Sodalizio.

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Per una pedagogia della montagna

Proseguono i contributi per una Pedagogia della Montagna. Un altro interessante articolo di Beppe Guzzeloni (Istruttore regionale di alpinismo).

“Se uomo e montagna s’incontrano, grandi cose possono accadere” così scrive nei suoi diari il poeta inglese William Blake (1757-1827)

Non so perché, leggendo questa frase, mi è subito venuto in mente la favola “Il Piccolo Principe” dello scrittore francese Saint-Exupery. Un testo poetico che, per un gran numero di persone, è divenuto il racconto chiave della loro vita.

Anche per me. Questo libro, nella mia adolescenza, è stato il rifugio nelle ore di solitudine, conforto nei momenti di delusione. Un compagno indispensabile per riprendere fiducia e rinnovare il cammino della speranza.

Ma soprattutto “Il Piccolo Principe” è stato un forte messaggio educativo in grado di ricostituire la fiducia nella fedeltà incondizionata dell’amore; promette e impersona un mondo dell’impegno e della responsabilità reciproca ed evidenzia un legame d’amore, un alto canto di amicizia, semplicità e bellezza.

Perché stupirsi se “Il Piccolo Principe” ha finito per diventare la figura di un’umanità ideale?

Il suo sguardo retrospettivo nel regno dell’innocenza infantile e, soprattutto, il suo sguardo rivolto alle stelle, che nelle notti insonni, ci parlano di un invisibile pianeta di una straordinaria rosa e del suo mistero, ci ridona la profondità del sognare e l’ampiezza del cuore che credevamo ormai perduti.

E possibile sperare. A patto che vi sia attenzione per la rosa, che si abbia cura di lei, che la si protegga, che si faccia il possibile per lei. Con scelte consapevoli, con costanza e con la passione per il futuro da costruire.

Mi viene ora spontaneo e naturale portare il discorso sulla montagna, sull’ambiente alpino e della sua frequentazione sostenibile; del suo rispetto e della sua tutela. E qui ancora riporto una frase di Saint Exupery: ” la montagna è uno specchio, una provocazione del sublime; essa esalta ciò che ciascuno porta in sé di più ardente…”.  

Come scrive F.Tomatis nel suo bellissimo libro “ La via della montagna”, la rivoluzione montana può accadere, spontaneamente, nella misura in cui la visione diventa verticale. Orizzonte e monte, verticalità e cammino, ascesi e ritorno, ascensione e ridiscesa nel mondo sono naturali complementarietà della rivoluzione montana. Una rivoluzione che esige un cammino, una salita trasformativi tra natura e cultura.

L’ambiente alpino è un bene comune. E lo è nel momento in cui ne viene riconosciuto il valore da parte di chi si interroga e decide su come partecipare alla sua conservazione e alla sua trasformazione. “Spazio di vita” così intende la Convenzione Europea.

Un ambiente non solo da guardare, attraversare, godere mediante attività escursionistiche o alpinistiche, intese anche come opportunità per raggiungere condizioni di benessere fisico e psichico. Sicuramente non un luogo da consumare e sfruttare.

Quello che è importante non è tanto la conquista della vetta, seppur ha il suo valore, ma è il tu per tu con la roccia, con la neve, con il ghiaccio che è insostituibile: toccare, vedere, gli odori, i colori. E’ un’esperienza indimenticabile, è come una danza, la danza dell’appartenenza dell’ambiente che vivo. La vita di montagna, con il suo isolamento, con la presenza continua di pericoli, incoraggia lo sviluppo di due tendenze opposte della personalità umana: da un lato rafforza l’individualismo, dall’altra il bisogno di collaborare con il gruppo e di essere comunità.

L’ambiente alpino non è quindi un passivo diritto di fruizione, ma richiede l’esercizio della responsabilità individuale e collettiva finalizzato alla sua salvaguardia.

 La cura del paesaggio e il diritto delle persone a beneficiarne, sono strettamente interdipendenti e richiedono azioni di solidarietà civile e di partecipazione responsabile.

Si tratta, quindi, di avere la possibilità di prendersi cura di sé con la consapevolezza che la tutela della montagna (ambiente, cultura, paesaggio, territori, tradizioni) sono la conditio sine qua non per salvaguardare anche il mio e altrui benessere.

L’ecologia umana è inseparabile dalla nozione di bene comune; un principio che svolge un ruolo importante nell’etica sociale. Il bene comune presuppone il rispetto della persona umana in quanto tale e la cura per la natura attraverso un cambiamento degli stili di vita che implicano la capacità di vivere insieme e in comunione con il creato. Il bene comune presuppone una cultura della cura, come ricorda Papa Francesco nell’enciclica “Laudato Si”.

Per pedagogia della montagna, quindi, intendo la costruzione intenzionale di un dispositivo emotivo, formativo ed educativo che ha come obiettivo la cura di sé e che investe la vita interiore del soggetto promuovendone la crescita personale. Pedagogia della montagna come conversione alla cultura della cura.

Esso è il risultato di un processo che si svolge, cresce e matura nel contesto alpino come luogo in cui natura e cultura, persona e paesaggio, territori e tradizioni convivono nella ricerca del proprio equilibrio.

E’ nel rapporto, nella relazione, nell’apertura consapevole e responsabile tra soggetto e ambiente alpino che possono crearsi le opportunità di recupero di potenzialità e risorse personali e di salvaguardia della montagna.

Il camminare, l’alpinismo, l’arrampicare devono diventare azioni consapevoli di conoscenza di sé e dell’ambiente in cui si svolgono tali attività. La conoscenza di sé (limiti, scoperta di emozioni, espressione del corpo, scoperta di possibilità proprie…), l’apprendimento di una tecnica, l’esperienza della frequentazione della montagna diventano luoghi di cura nella misura in cui “ mi occupo” anche di tutelare e salvaguardare lo spazio che mi offre l’opportunità di cambiamento sia dal punto di vista della salute che di crescita umana e sociale.

La valenza pedagogica nel promuovere una relazione responsabile tra soggetto e ambiente alpino, offre la possibilità di incrementare la partecipazione alla vita sociale e ad una maggior consapevolezza che “la patologia” non annulla il poter esprimere la propria “cittadinanza”.

Come suggerisce Salvatore Settis in un suo scritto, occorre pensare il paesaggio e l’ambiente alpino come “teatro della democrazia”, luogo di diritti e di doveri.

La pedagogia della montagna è la manifestazione di come si può intendere, ritornando al Piccolo Principe, “l’attenzione alla rosa” e di come apprendere il mistero dell’amicizia e della cura dell’Altro ( persona, ambiente, relazione…).

 Il prendersi cura consiste in un paziente, lento, progressivo processo di ‘conoscenza’. Conoscere per fare e per essere; conoscere per andare e andare sicuri; un conoscere per capire, per amare e tutelare il luogo che mi accoglie. La montagna include chi la rispetta, chi la difende e protegge. La montagna, nella sua severità e asprezza, è accogliente.

 Solo così cresce il desiderio di conoscere e sentire sempre di più, di proseguire oltre e di capire più profondamente il mistero dell’Altro (montagna).

La pedagogia della montagna è il passaggio “obbligato” che deve essere affrontato per fare in modo che le scelte e le azioni finalizzate alla cura di sé attraverso la frequentazione della montagna si intreccino, dialoghino, abbraccino la montagna stessa attraverso la consapevolezza, i comportamenti, le prese di posizione, anche pubbliche, per il suo rispetto, la sua tutela e salvaguardia.

“Le montagne sono una sorta di miracolo: suscitano i sentimenti più disparati, riempiono di idee, spingono ad imprese, incuriosiscono, incutono paure, dissetano necessità.” Scrive il giornalista Enrico Martinet.

La pedagogia della montagna è una proposta, una sollecitazione: un invito a viverla. Ma non come senso di sfida agli elementi, di una volontà di dominio, di potenza o di bisogno di consumo; ma solo di corrispondenza, di confronto, di dialogo, di rispetto.

La pedagogia della montagna è un approccio delicato e dedicato alla conoscenza dell’ambiente alpino. Imparare un territorio è viverlo e la sua memoria è il frutto dell’esperienza.

Pedagogia della montagna non è solo la sfida che consiste nell’affrontare il mondo delle terre alte, ma sta nel riconoscerlo. Pareti, cime, ghiacciai, nevai, fiori, piante, pascoli, alpeggi, sentieri e accenni di sentieri. E’ l’esperienza da vivere per “sentirsi parte” di ciò che osservo, tocco, su cui cammino, arrampico. E l’esperienza di ritrovare i propri sensi: il vento freddo di masse glaciali, l’irradiazione dei massi, l’odore forte di erbe, l’udire il silenzio che pervade i boschi, porre attenzione a dove metto i piedi, a prestare interesse per quell’alpeggio, quella baita, quel muretto a secco.

La pedagogia della montagna è inventare la propria montagna. Essa non esiste se non le dò un senso, se non me ne occupo, se non me ne prendo cura. Il mio benessere è la sua conservazione. Ed è la sua salvaguardia che mi offre opportunità di vivere momenti di vigore e salute.

Ora, questa esperienza dovrebbe essere la manifestazione di un’ulteriore presa di coscienza, di una diversa visione, di nuove scelte e coerenze: bisogna allargare lo sguardo e creare un nuovo linguaggio.

“Se uomo e montagna s’incontrano, grandi cose possono accadere”. Credo che sia il momento di dover andare in direzione contraria all’appiattimento sull’esistente, sul “buon senso e dell’ovvietà” sfidando la gravità del qualunquismo con lo sguardo rivolto ad un futuro sostenibile per le Terre alte e avendo un sogno, una domanda. La pedagogia della montagna è lo sforzo, il perenne tentativo di creare un ponte tra sé e la società, per una pacifica esistenza delle persone, in un armonioso rapporto con l’ambiente e la natura alpina, innanzitutto coi propri simili, con ogni creatura, attraverso un costante equilibrio fra visibile ed invisibile, esperienza concreta e mistero.

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A te che mi cammini di fianco

A te che mi cammini di fianco, di Beppe Guzzeloni

Se un giorno, desto all’alba, mentre m’incammino nel silenzio del sentiero che mi accompagna tra spigoli e pilastri, mi sorride la pace in me, perché tu ci sei, questa è montagnaterapia.

Se ti amo nei fiori, nel canto degli uccelli, nel fischio delle marmotte, nella danza dei larici in sintonia col vento, nella cavalcata delle nuvole, nel freddo mattutino, mentre accarezzo la roccia o m’infilo i ramponi, questa è montagnaterapia

Se ti amo nella luce o nella notte e in tutto in quel che vivo, che faccio, che sono (almeno ci provo), se ti amo mentre arranco sul pendio di neve o m’intrattengo sulla cresta guardando l’orizzonte o ascoltando da che parte arriva il vento, questa è montagnaterapia.

Se un vento pazzo che s’irride di tutto, come l’infanzia, mi sospinge al pensiero di te rendendomi più certo nel mio cammino, più sicuro nei miei salti, amico dell’ansia e della paura, questa è montagnaterapia.

Se vivo il dolore con speranza, se accolgo la mia mancanza attraverso la tua parola, se le mie lacrime s’asciugano con le tue carezze, se arrampico alleggerito dal pensiero di te, questa e montagnaterapia.

Se il mio cuore s’appresta con ritmo cadenzato a sostenere la fatica gioiosa del vivere sospinto dalla tua voce e dal tuo sorriso, mentre lo sviluppo della cordata s’insinua fessure e diedri in armonia con la vertigine, questa è montagnaterapia.

Se un giorno, d’incanto, pronuncerò il nome di quel fiore o di quell’albero, se riconoscerò il tipo di roccia che mi sovrasta e il versante che mi osserva mentre porgo i miei passi sul sentiero, questa è montagnaterapia.

Se un giorno la montagna verrà rispettata e amata per quella che è, se non verrà oltraggiata da impianti di risalita, funivie, strade e costruzioni a fini di lucro. Se non si arrampicherà dove nidificano il falco pellegrino o il gallo cedrone grazie all’impegno di molti, questa è montagnaterapia.

Se un giorno malati e sani si daranno la mano, se le patologie saranno cittadinanza, se le differenze saranno ricchezza, questa è montagnaterapia.

Se un giorno ti dimenticherai di me, se tu un giorno dovessi vivere il tuo desiderio in un altrove, se un giorno le montagne riecheggeranno i nostri nomi nei miei ricordi, questa è montagnaterapia.

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La montagna come risorsa pedagogica

Riportiamo integralmente l’intervista a Beppe apparsa sul periodico Salire del CAI Regione Lombardia

MONTAGNATERAPIA: LA MONTAGNA come risorsa pedagogica

L’ESPERIENZA DI “PASSAGGIO CHIAVE”

Intervista a Beppe Guzzeloni Istruttore di alpinismo di Alpiteam, Scuola di Alpinismo Lombarda

di Isabella Minelli – Sez. di Milano

“Passaggio Chiave” è nata nel 2013 come attività di montagnaterapia a supporto delle dipendenze.

Specificatamente è composta da una rete che accoglie in sé l’esperienza tecnico-didattica di Alpiteam e l’attività terapeutica e pedagogica di comunità e servizi come l’Arca di Como, Dianova

sedi di Garbagnate e Cozzo Lomellina, Il Molino della Segrona, Il Progetto di Castellanza, la Solaris di Triuggio, il Sert di Monza (Ats e Asst) e di Lecco, i Noa di Vimercate e di Baranzate. Nel loro

programma riabilitativo e di cura hanno inserito l’andare in montagna come “strumento educativo”.

Beppe Guzzeloni è stato uno dei protagonisti di questo progetto sin dagli esordi, ancor di più ha svolto attività di” montagnaterapia” dal 1985, ancor prima che fosse coniato questo termine (nasce nel 1999). Di seguito viene riportata l’intervista in merito all’esperienza di “Passaggio Chiave” con riferimenti anche a tutta l’attività svolta dagli anni Ottanta di Alpiteam. Probabilmente tutti conoscono Alpiteam, eppure, per l’utilità di questa intervista, penso sia importante avere da te una definizione.

“Alpiteam è una scuola di alpinismo del CAI nata ufficialmente (e con contrasti in seno al sodalizio) nel 1985 con l’intenzione di offrire il proprio organico di istruttori e la propria esperienza tecnico-didattica a tutte quelle sezioni lombarde che non avevano una scuola di riferimento.

Alpiteam non appartiene ad una specifica sezione, sebbene sia ospitata presso la sede CAI di Bovisio Masciago, ma fa capo al Raggruppamento Regionale e Lombardo e partecipa alle riunioni degli organismi tecnici lombardi. Ha un suo statuto, un suo direttore (INA Angelo Pozzi), il sottoscritto (IA) come direttore dei corsi e un organico di istruttori e accompagnatori, titolati ed aiuto. Il suo intendo è di offrire le proprie e competenze tecniche al territorio lombardo.

Come nasce l’idea ad Alpiteam di supportare le attività di montagnaterapia?

“Negli anni Ottanta (1986), sulla scia dell’esperienza di un nostro istruttore che faceva l’educatore presso la comunità Arca di Como, ambito dipendenze patologiche, siamo stati coinvolti come scuola di alpinismo ad accompagnare i ragazzi della comunità in montagna. Da singole uscite abbiamo, in seguito, organizzato il primo corso di alpinismo per la comunità nel rispetto del regolamento della Commissione Scuole di Alpinismo regionale. Quindi la nostra intenzione era quella di organizzare semplicemente un corso di alpinismo per persone con fragilità. L’obiettivo, certo, non era fare montagnaterapia; il nostro ruolo era tecnico. Nel corso degli anni (ogni anno un corso), attraverso questa esperienza, ci siamo accorti che oltre all’aspetto didattico e di accompagnamento in ambiente alpino, si creavano delle relazioni interpersonali significative. L’andare in montagna e l’insegnamento di una tecnica diventavano opportunità e occasione di costruire nuove relazioni, soprattutto per i ragazzi. Ci siamo accorti, parlando soprattutto con Don Aldo Fortunato, fondatore della comunità terapeutica, quanto fosse educativa tale esperienza, quanto fosse arricchente anche per noi. A seguito di tale riflessione abbiamo ritenuto fondamentale che ci fosse un educatore durante le uscite. Le escursioni, le arrampicate e l’attraversamento di ghiacciai erano (e sono) il “setting terapeutico”, il luogo di esperire e vivere emozioni e significati su cui poter elaborare vissuti e valutare scelte future. Perché tutto quello che avveniva nelle uscite era materiale educativo utile al percorso terapeutico del ragazzo. Il corso di alpinismo e il per-corso residenziale si incrociano, dialogano, si distanziano e poi si riavvicinano, dando ai ragazzi strumenti e opportunità per riflettere su di sé, di ritrovare spazio per la parola e giungere ad un discorso più concreto e di scelte rivolte a possibili cambiamenti. È importante che un educatore venga alle nostre uscite e veda cosa avviene, capisca le dinamiche, osservi quali sono gli stati d’animo dei ragazzi. Questa è forse la prima esperienza di “montagnaterapia”, dove il setting educativo si svolge all’esterno della comunità terapeutica e poi ivi riportato. In questo senso, l’esperienza di montagnaterapia nasce per noi, in modo più strutturato e via via modificato, implementato, arricchito, con la genesi dell’idea di Passaggio Chiave nel 2013”.

Come nasce “Passaggio Chiave”?

“Parlando con l’amico Giuliano Fabbrica, un giorno autunnale del 2012, camminando in montagna, ci siamo chiesti: ma perché non portiamo la nostra esperienza vissuta con l’Arca di Como ad altre comunità che si occupano di tossicodipendenza? Io lavoro da anni nel settore come educatore e conoscevo già alcune realtà che organizzavano piccole esperienze di accompagnamento dei loro ragazzi in montagna. Così ho iniziato a prendere contatti, prima con Gianni di Dianova, poi con Fabiano del Molino e, passa parola, con altre realtà. Ci siamo così incontrati a Monza nella sede del Ser.t. di Monza iniziando a riflettere su quanto avevamo in testa, che visione e quali prospettive educative ci attendevano. Intanto si pose il problema dell’identità, di quale nome dare al gruppo; un nome che fosse simbolico del discorso che stavamo iniziando. Il nome Passaggio Chiave nasce da questo confronto e io ho spinto perché fosse scelto: è un termine alpinistico per definire un passaggio difficile in arrampicata, la chiave di svolta che risolve con successo la salita. L’andare in montagna è uno strumento educativo per coloro i quali stanno sperimentando nelle comunità terapeutiche, nei servizi, nei centri diurni, la possibilità di affrontare faticosamente i loro passaggi chiave nel mettere in discussione la loro dipendenza dalle sostanze, da ciò che li ha bloccati nella loro esistenza. Aggiungo che abbiamo partecipato come relatori al convegno nazionale di montagnaterapia a Cuneo nel 2014”.

Come si svolgono le attività di “Passaggio Chiave”?

Le uscite di Passaggio Chiave, decise di anno in anno, sono frutto di un coordinamento interno fra Alpiteam e le comunità/servizi che aderiscono a questa iniziativa. Periodicamente si incontrano i referenti di ogni realtà. In queste riunioni si riflette sul senso educativo e sul valore delle uscite che sono tendenzialmente escursionistiche, con qualche arrampicata in falesia. Si decidono progetti, si discutono problematiche, si fa il punto della situazione. Alpiteam in quanto organo tecnico valuta la fattibilità delle escursioni. (Alpiteam, intanto, continua anche a organizzare il corso di Alpinismo per la comunità terapeutica Arca di Como). Sono ovviamente le comunità a decidere quanti e chi sono i ragazzi che da un punto di vista di percorso comunitario possono partecipare alle escursioni. Le uscite sono percorsi paralleli al cammino fatto in comunità dal ragazzo. Per questo si chiama montagnaterapia. Non perché la montagna “guarisca”, ma perché l’andare in montagna è strumento pedagogico nel percorso di cura all’interno della comunità. Il lavoro terapeutico, che ogni comunità terapeutica compie, come dicevo sopra, avviene prima, durante e dopo la gita. Abbiamo anche organizzato trekking di cinque giorni: la via Francigena toscana nel 2016, da “Zero a Tremila” partendo dal mare per giungere in vetta al Gran Sasso nel 2017, “Sentieri di guerra, sentieri di pace” nel 2018, attorno alle Tre Cime di Lavaredo. Tutto il lavoro pedagogico è stato fatto sia durante i trekking e poi singolarmente nelle Strutture. Inoltre, come Passaggio Chiave, abbiamo organizzato un convegno tre anni fa a Monza e quest’anno, il 15 novembre, ne organizziamo un altro. Questi convegni sono per gli addetti ai lavori dei servizi sociosanitari, sono momenti di riflessione e di proposta con un tema condiviso.

Per le attività di Passaggio Chiave vi è un contributo economico del CAI Lombardia e del CAI Centrale e con tanta fatica anche le comunità destinano un loro budget. Abbiamo poi un grandissimo sponsor che è Sergio Longoni con Sport Specialist”.

Quali sono le chiavi di successo della durata delle attività di montagnaterapia di Alpiteam?

“La passione, l’amicizia, l’amore per la montagna, il voler trovare sempre idee nuove e la scoperta di poter dare a chi ne ha più bisogno un pizzico di solidarietà, ma soprattutto di rendersi conto che siamo stati arricchiti attraverso la relazione con coloro che vengono ritenuti “devianti”. Anche il riconoscimento che negli anni abbiamo avuto (Premio Marcello Meroni) e la considerazione per il nostro operato, nato in silenzio e che man mano ha dato voce al valore della solidarietà di cui è portatore il CAI.

Da un punto di vista assicurativo per l’accompagnamento, quali sono le novità in base alle nuove direttive pubblicate il 1° aprile 2019?

“Sin dall’inizio abbiamo deciso di rendere soci CAI tutti i ragazzi che si iscrivevano al corso per avere copertura assicurativa. Successivamente abbiamo scoperto che sulle patologie certificate non c’era alcuna copertura. È stato formato un gruppo di lavoro (di cui facevo parte) su richiesta del CDC del CAI Centrale, il cui obiettivo era quello di elaborare delle linee guida riguardanti le attività di montagnaterapia che da anni si svolgono in tutta Italia e sulla base di queste poter poi intervenire con un’assicurazione a copertura anche dell’infortunio e non solo per la RC. Dal 1° aprile 2019 chiunque fa attività di montagnaterapia ha una copertura assicurativa. Tali attività devono rientrare nei programmi sociali delle sezioni CAI in collaborazione con i committenti, cioè fra chi chiede l’intervento tecnico ad esperti di montagna. In base al progetto condiviso fra la sezione e la comunità/ente si fa richiesta di una copertura assicurativa. Se i ragazzi e gli educatori che partecipano al progetto non sono soci la quota è di 6 € al giorno, se sono soci pagano 3€ al giorno (per i soci il CAI Centrale interviene con il 50% della quota). Sono assicurazioni giornaliere, ad uscita.

Un consiglio pratico ad una sezione che desidera approcciarsi alle attività di montagnaterapia per la prima volta; cosa diresti loro?

1. Perché vogliono svolgere tali attività? Qual è il senso della scelta?

2. Di formarsi e informarsi (per chi già non lo fosse)

3. Di progettare con puntigliosità il programma e in rete con il committente (servizi…)

4. Di essere consapevoli che il luogo in cui effettuare uscite e altro è l’ambiente alpino

5. Che la montagna deve essere tutelata e rispettata, quindi frequentata come ospiti e non da padroni. E questo vale per tutti

6. La montagnaterapia è anche cura della montagna. La montagnaterapia è dialogo e rispetto reciproco.

Salire n° 21 Giugno 2019 , trimestrale CAI Regione Lombardia

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