ARRAMPICARE, viaggio personale tra terra e cielo

di Beppe Guzzeloni

“ Tre persone alzano le mani al cielo:

chi si arrende

chi canta vittoria

chi comincia una scalata ”

(Enrico Camanni)

 Per arrampicare bastano poche cose: uno sguardo di cielo, una verticale che lo corteggi, qualche ruga su cui stringere le dita, un appoggio per i piedi e la spinta delle gambe per innalzarci accarezzando le vertigini del vuoto intorno. Non serve altro. E’ il modo più umano per andare su.

Arrampicare implica una relazione con un qualcosa che non posseggo, che non comprendo, un qualcosa altro da me che provoca in me l’io che sono senza volerlo, che a volte respingo e non comprendo.

Arrampicare significa voler intraprendere un viaggio e per questo serve un motivo, altrimenti è solo evasione, turismo, fuga, diserzione.

Perché di viaggio si tratta. La scalata ha la ritualità del viaggio: progetto, preparazione, bagaglio nello zaino, saluti, partenza, azione, nostalgia e ritorno.

Ma non solo. Ogni volta che si sceglie di arrampicare si azzarda una nuova nascita delle proprie motivazioni, una nuova esplorazione di esse e di ciò che non conosciamo, che non sappiamo di essere né di avere.

Arrampicare è la nascita di un gesto, di una qualcosa di proprio, sequenze di scelte che abbandoniamo e ritroviamo. Un intreccio di sentimenti ed emozioni che rompono l’idea di sé come una identità definita.

Arrampicare è dare voce alla roccia che ci ospita ringraziandola dell’accoglienza.

Arrampicare è la verità eretica che si manifesta a noi come contraddizione: arrampichiamo con l’illusione “iocratica” dell’apparenza quando, invece, ci riveliamo per quello che siamo: essere mancanti e insufficienti.

Tale consapevolezza ci condurrà, sani e salvi, al termine delle nostre scalate.

 

“ Per me alpinismo è viaggio

di superficie, scambio tra due epidermidi,

la roccia e le falangi delle dita”

(Erri De Luca)

Se dunque l’arrampicata è un viaggio, si possono individuare tre momenti fondamentali nel percorso fisico e psichico dello scalatore:

  • il distacco da terra, che è sempre un partire
  • il viaggio in parete, che è un andare
  • l’uscita dalla verticale, che è un ritornare a casa.

Il vuoto non è la nostra casa, viviamo l’ospitalità del passaggio, attori in scena che recitano qualcosa di sé.

Il primo atto corrisponde al punto di separazione tra la dimensione orizzontale e quella verticale, il momento in cui si alzano le mani al cielo e si afferra l’appiglio, poiché i piedi non bastano più a mantenere l’equilibrio.

Il secondo atto corrisponde all’azione vera e propria e si realizza nella scalata della parete: testa piedi e mani, testa gambe e braccia in un progressivo rubare metri alla verticale accumulando vuoto sotto i piedi.

Il terzo atto è il punto di ritorno alla dimensione orizzontale, al termine delle difficoltà. Gli alpinisti la chiamano “l’uscita delle via”. “La via” non è un cammino qualunque ma un percorso incerto che implica l’entrata avventurosa dell’esperienza di sé, la concentrazione per risolverne le incognite che porti all’uscita, alla liberazione dalla vertigine ritrovando la posizione d’equilibrio eretta.

All’uscita, al termine della scena, non è atteso l’applauso (molti lo cercano) ma una nuova, seppur fragile, percezione di sé.