Gabriele Bianchi, Socio Onorario

 “ Fai attenzione ai tuoi pensieri, perché diventano parole. Fai attenzione alle tue parole, perché diventano le tue azioni. Fai attenzione alle tue azioni, perché diventano abitudini. Fai attenzione alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere. Fai attenzione al tuo carattere, perché diventa il tuo destino”. (Lao Tzu)

Sì, gran parte della tua vita, caro amico Gabriele, è stata votata alla montagna, attraverso la sua frequentazione e, soprattutto, nella condivisione di passioni e ideali, all’interno del Club Alpino Italiano. Prima come semplice iscritto, poi come presidente della sezione di Bovisio e, successivamente, con responsabilità maggiori, fino alla presidenza generale che hai onorato con dedizione nell’interesse di tutto il Sodalizio.

Gabriele, nei pensieri, nelle parole, nelle azioni, attraverso il tuo carattere, ti sei costruito il tuo destino all’interno del CAI che serba in sé la tua fondamentale testimonianza vissuta con coerenza, serietà, competenza e passione.

Ed è all’interno del tuo destino che nasce, cresce e matura l’esperienza di Alpiteam.

Alpiteam è una tua costola. I loro destini, all’interno del CAI, si sono intrecciati, accomunati da idee e ideali sostenuti anche da confronti, a volte anche accesi, con l’obiettivo di costruire e dare senso all’esperienza all’interno del Club Alpino Italiano. Con il desiderio di guardare avanti, non solo al proprio particolare, ma con uno sguardo alla società e, innanzitutto, per l’interesse per la montagna.

Ben meritata, quindi, l’onorificenza, ricevuta, amico caro.

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Angelo Riva. Alpinismo a Km zero. Le quattro stagioni della Grignetta

Mercoledì 12 giugno – ore 21 presso la sede del CAI di Bovisio Masciago, nell’ambito del programma del corso di alpinismo, serata con Angelo Riva

Si tratta di una serata che, attraverso oltre 400 immagini digitali, porta la platea in Grignetta, in tutte le stagioni dell’anno, con il sole, con la pioggia o con la neve, lungo i suoi canali, le sue guglie e le sue creste. Attraverso la semplice escursione, fino alla scalata “estrema”, lo spettatore verrà coinvolto in un alpinismo che trascende il luogo nel quale si svolge l’azione e che si apre verso spazi ed altezze che sono quelle delle grandi montagne, in ossequio alla tradizione di questa “montagna di casa”, sulla quale si sono formati i Cassin e i Bonatti, prima di entrare, con le loro imprese, nella storia dell’Alpinismo.

Angelo, geochimico di professione presso Eni SpA, dopo un’importante parentesi nel gioco degli scacchi (Candidato Maestro nel 1982), nel 1983 scopre la montagna e da allora questa diventa la passione della sua vita. Dopo 10 anni passati come istruttore di alpinismo della Regione Lombardia nella Scuola Val Ticino, lascia la scuola per dedicarsi a tempo pieno (il tempo libero) alla sua attività in montagna. Ha al suo attivo oltre 5000 salite (circa 1.5 milioni di metri in arrampicata), tra roccia, neve e ghiaccio, su tutto l’arco alpino ed alcune puntate sulla Sierra Nevada (California), nel Desert Rock (Utah) e sulle Montagne Rocciose (Canada). 25 prime ascensioni, sono infine il corollario alla sua vita verticale … fino ad oggi!

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La montagna non cura! Educa.

Per una “Pedagogia della montagna” … le riflessioni continuano. Di seguito riportiamo il contributo di Gianni Carrino (istruttore sezionale alpiteam)

La montagna non cura, educa! Per una Pedagogia della Montagna.

Così come nell’antica Grecia i maestri avevano la funzione trasmissiva verso gli allievi, anche la montagna assolve questa funzione. Allo stesso tempo la montagna non cura, dove il “non” sta per negazione, ed i “no” aiutano a crescere. Nel rapporto “maestro” (la montagna) ed allievo (i frequentatori) avviene l’atto di educare, l’ex – ducere, ovvero “tirar fuori”.

La montagna educa e i frequentatori prestano attenzione ad essa, sono premurosi, se ne prendono cura. Curare l’ambiente, in generale, e quindi anche la montagna, è un atto che trascende noi stessi, un atto di generosità verso ogni essere. Il prendersi cura di qualcosa e/o di qualcuno è altresì un agire educativo. Un modo per abbandonare l’”io” e il “mio” per coltivare il “noi” e il “nostro”.

La montagna mi ha insegnato a non barare, ad essere onesto con me stesso e con quello che facevo” così scriveva Walter Bonatti (alpinista, scrittore ed esploratore) in Montagne di una vita. È probabile che Bonatti avesse già in mente la “pedagogia della montagna” o semplicemente ha vissuto l’andare in montagna come “mezzo per far crescere l’uomo che è in noi” (W. Bonatti, Una vita così).

La montagna è un ambiente particolare che parla attraverso l’enormità di silenzio che la circonda. Il silenzio impone i suoi ritmi che non sono i nostri usuali, così come il camminare in montagna ha allo stesso modo dei ritmi e delle soste. Il silenzio ci richiama l’occasione di fermarsi, di riflettere, di entrare in contatto con noi stessi e con alcune parti di noi sopite dalla velocità. La montagna parla di lentezze e di ritmi rallentati. La montagna esprime purezza, è un terreno spesso incontaminato, vergine, è ricca di natura che cresce libera e selvaggia o che resta immutata, come le rocce. Molti luoghi che poi raggiungiamo parlano della bellezza: grandiose visioni, improvvisi incontri, orizzonti infiniti. La montagna parla della nostra capacità di ascoltare, di sentire e di provare vissuti e sensazioni (Un contesto pedagogico, Fabiano Gorla).

In educazione un’attenta scelta del contesto in cui andiamo ad operare molto importante, detto con le parole del filosofo dell’educazione e pedagogista Riccardo Massa: “il contatto con l’elemento naturale non si limita ad essere un ingrediente, seppur irrinunciabile; è al contrario il riferimento nodale, il nucleo dal quale traggono spunto e sul quale si innestano tutte le attività”.

G.C.

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Pedagogia della montagna

Pedagogia della montagna, uno scritto del direttore dei corsi Beppe Guzzeloni.

  • Drogarsi consiste nell’assumere sostanze che alterano la coscienza e il corpo è la via attraverso il quale il soggetto accede ad una sensazione di forza, di estraneazione, di assolutezza e di totalità.
  • Drogarsi significa acquisire “un’ identità” con stili di vita, modi di essere e di relazionarsi condizionati dall’abuso.
  • Il lavoro educativo si basa sulla relazione e prospetta il passaggio dalla tossicomania ad un sintomo personale. Tale passaggio ne prevede un altro, complementare e non semplice nella sua attuazione. Il passaggio dal corpo alla parola.
  • Il tossicodipendente porta con sé la difficoltà a rappresentarsi con la parola. E solamente se coglie nella parola, propria e dell’altro, una possibile alternativa alla droga che quell’identità che si è costruita, può essere messa in discussione.
  • Il percorso di cura e di apprendimento consiste nel vivere l’esperienza, della soggettività che si “tuffa” nell’oggettività della realtà e da questa trasformata. Consiste, inoltre, nell’accompagnare il tossicodipendente sulla strada di una rappresentazione di sé non più frutto della costruzione sociale (stigma), ma della consapevolezza che “ho dei problemi”.
  • Questo è possibile solo se vi è rielaborazione del ricordo e dell’agito. Spesso il ricordo viene rimosso, ma viene agito (sintomo). La tossicodipendenza è l’agito del rimosso, il sintomo di una sofferenza.

 

E l’andare in  Montagna?

 E’ lo ( o uno degli spazi) spazio e luogo (ambiente naturale ed umano) in cui il corpo può viversi e sperimentarsi. Un luogo particolare dove vivere l’opportunità di darsi un tempo per sé, con gli altri o da solo, in cui poter prendere contatto con se stessi. E’ l’opportunità di cominciare a “scoprirsi” attraverso la conoscenza di un ambiente naturale ed umano, mediante azioni, esperienze ( cammino, arrampicata…) che, se accompagnati nell’elaborazione del vissuto, aiutano ad aprirsi a se stessi e alla propria rappresentazione, “del chi sono io”. L’andare in montagna è uno stato mentale, una dimensione esistenziale, luogo delle piccole e grandi domande, specchio della propria coscienza. L’aspetto pedagogico, però, non è solamente fare delle attività in montagna, magari in modo consumistico, ma è quello di aiutare a vivere la montagna come luogo da rispettare, conoscere e difendere. La montagna è il luogo in cui natura e cultura, uomo e paesaggio, convivono nella ricerca del proprio equilibrio. Non vado in montagna per rischiare, ma imparo ad affrontare e gestire il rischio poiché è insito dell’ambiente.

 

Per pedagogia della montagna si intende la costruzione intenzionale di un setting, di un dispositivo emotivo, formativo ed educativo che ha come obiettivo la cura di sé, che investe  la vita interiore del soggetto e ne promuove la crescita personale. Tale processo si svolge, cresce e matura nel contesto alpino come luogo in cui natura e cultura, uomo e paesaggio, convivono nella ricerca del proprio equilibrio. Ciò può avvenire solo se “si fa esistere” la montagna non solo come spazio naturale (geologico, botanico e zoologico) ma dalle invenzioni estetiche, dalle metafore e dalle simbologie umane. La montagna come luogo di espressione educativa intesa come possibilità di elevazione oltre che fisica (rappresentazione corrispondente ai propri bisogni) soprattutto spirituale. E’ nel rapporto, nella relazione, nell’apertura consapevole e responsabile tra soggetto e ambiente alpino che possono crearsi  le opportunità di recupero di potenzialità e risorse personali. E’ un processo che mi porta a “sentirmi parte” dell’ambiente alpino. ”Sentire e avere la montagna dentro” è un lungo cammino fatto di motivazione,  esperienze e conoscenza: trovare il senso di camminarla, arrampicarla, guardarla e osservarla comunque ( imparare un territorio). E’ il significato di andare in montagna, al di là della mete, delle motivazioni. Basta andarci. Toccare un appiglio, allacciarsi i ramponi, osservare degli stambecchi o intuire i movimenti di una marmotta, alzarsi all’alba, avere paura di attraversare un crepaccio, godere del vento….Provare l’impotenza davanti ad una montagna e alla sua sacralità è una sensazione di bellezza e stupore, di elevazione , di paura e di interrogativi.  La montagna stimola l’istinto: i sensi sono cardini per la ragione, la conoscenza e la memoria. Il camminare, l’alpinismo, l’arrampicare devono diventare azioni consapevoli di conoscenza di sé e dell’ambiente in cui si svolgono tali attività. La conoscenza di sé (limiti, scoperta di emozioni, espressione del corpo, scoperta di possibilità proprie….), l’apprendimento di una tecnica, l’esperienza della frequentazione della montagna  diventano luoghi di cura nella misura in cui “ mi occupo” anche di tutelare lo spazio che mi offre l’opportunità di cambiamento sia dal punto di vista della salute che di crescita umana e sociale. La cura di sé è imprescindibile dalla cura dell’ambiente alpino. La valenza pedagogica nel promuovere una relazione responsabile tra soggetto e ambiente alpino, offre la possibilità di incrementare la partecipazione alla vita sociale e ad una maggior consapevolezza che “la patologia” non annulla il poter esprimere la propria “cittadinanza”.

 

Alcuni obiettivi educativi

Processo di apprendimento e miglioramento del funzionamento cognitivo

Migliorare le capacità di socializzare

Attenzione all’altro

Superare lo stigma

Dare senso alla fatica

Capacità di adattamento

Acquisire e migliorare competenze

Dare senso alla rinuncia, accettare” Il no”

Dare senso al rischio e al coraggio

Passare dall’agire al pensare

Accettazione di sé

Controllo dell’ansia e dell’impulsività

Autonomia e interdipendenza

Coerenza e continuità

Scegliere e valutare

Saper attendere e dare senso al tempo

 

In sintesi

L’andare in montagna ( nelle sue varie espressioni) è una scelta personale e ha una valenza pedagogica (paradigma) perché:

  • È opportunità di recupero di potenzialità e risorse personali ( offuscate dall’abuso)
  • E’ opportunità di tradurre l’agire in parola ( vivo e dico ciò che sento, penso..)
  • Interazione con un ambiente particolare ( conoscenza)
  • Opportunità “politica” di partecipazione ( rispetto ambiente e impegno per la sua salvaguardia)
  • Acquisizione di una propria “visione” del mondo

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